La mia fuga dall’Italia

Faccio una digressione dai temi scientifici per parlarvi del perché io ho deciso di trasferirmi all’estero per fare la ricercatrice. Lo ritengo informativo in seguito alla recentissima polemica portata alla luce dai giornali italiani riguardo al commento del Ministro Giannini sulla vincita di prestigiose borse ERC (European Research Council) da parte di italiani. Per chi non ne fosse al corrente, a questo commento ha risposto prontamente una ricercatrice in Linguistica, vincitrice della suddetta borsa, ma residente all’estero (http://www.repubblica.it/scuola/2016/02/13/news/ricercatrice_contro_giannini_su_fb-133369222/, https://www.lastampa.it/2016/02/13/italia/cronache/la-ricercatrice-gela-la-giannini-litalia-non-ci-ha-voluto-i-nostri-successi-non-sono-merito-suo-0IvakBgOsLTdkgt0F2VYgI/pagina.html, http://www.huffingtonpost.it/2016/02/13/giannini-ricercatrice-lettera_n_9227124.html).

Giusto perché le polemiche sono sempre destinate a dilagare, stamattina leggo in particolare un altro articolo in cui si sostiene che la colpa della situazione della ricerca in Italia sia anche dei ricercatori all’estero (http://www.linkiesta.it/it/article/2016/02/15/cara-roberta-se-la-ricerca-in-italia-fa-schifo-la-colpa-e-anche-un-po-/29271/).

Fatta questa premessa, arrivo al dunque. Perché ho deciso di lasciare l’Italia, la famiglia, il compagno di anni, gli amici di una vita? Personalmente non mi ritengo un cosiddetto “cervello in fuga”, perché è da quando ho realizzato che avrei voluto fare la scienziata (all’età di 7/8 anni credo) che desideravo vedere il mondo, fare esperienze al di fuori del mio Paese e condurre ricerca di qualità. Già al liceo partecipai alle selezioni per trascorrere il quarto anno di studi all’estero. Feci domanda per andare negli Stati Uniti (ho sempre avuto la fissa degli Stati Uniti, lo ammetto!), ma vinsi una borsa totalmente spesata per andare in Germania un anno. Allora non me la sentii e rifiutai. Feci bene? Non lo so. Certamente persi un’occasione, ma feci altre esperienze quell’anno, quindi non mi pento di quella decisione.

Finito il liceo considerai brevemente di trasferirmi all’estero per frequentare l’università, ma allora le spese mi spaventavano e ancora non ero pronta a lasciare tutto quello che mi era caro. La mia esperienza a Padova è stata positiva; ho conosciuto persone fantastiche, ho imparato molto, ma ho anche visto che il mondo universitario italiano non faceva per me. Troppe incertezze, pochissimi fondi, poca libertà. Il mio sogno era comunque quello di andarmene prima o poi e l’occasione si presentò con la partecipazione al progetto Erasmus, il programma sponsorizzato dall’Unione Europea che mi ha permesso di condurre l’ultimo anno accademico della mia laurea specialistica all’estero. Decisi di fare domanda per i 2 posti disponibili per l’Imperial College di Londra (ho sempre adorato parlare inglese e volevo perfezionare la mia conoscenza della lingua – la lingua della scienza direi) e cominciai a contattare professori presso questa istituzione per assicurarmi una esperienza di ricerca nel campo che mi piaceva: la biologia cellulare. Quello che poi sarebbe diventato il mio supervisore di tesi presso l’Imperial College mi offrì con piacere un posto nel suo laboratorio. Nel frattempo, a Padova le borse non erano ancora state assegnate, ma già nel fare domanda assistei ad una prova di come il sistema italiano funziona: hai conoscenze? Sicuramente la tua strada sarà più facile ed avrai la corsia preferenziale. Ovviamente quello non fu il mio caso, e dovetti sperare fino all’ultimo in una delle due borse, che naturalmente dipendeva da decisioni di terzi. Alla fine tutto si risolse in modo positivo, ma ricordo ancora l’arrabbiatura di fronte ai professori responsabili del programma quando mi dissero che non sapevano dirmi se avessi potuto andare a Londra e che comunque non avrei dovuto contattare il professore a Londra senza prima avere vinto la borsa. Cosa avrei dovuto fare, aspettare fino all’ultimo con il rischio di rimanere senza un progetto di ricerca per l’ultimo anno di laurea specialistica??? Fortunatamente tutto si risolse per il meglio e riuscii a trasferirmi a Londra per 9 mesi.

L’esperienza a Londra mi ha aperto gli occhi sotto tanti punti di vista. Cominciai a vedere realmente tutte le cose che non vanno in Italia, iniziai ad interessarmi di politica, cosa che non avrei mai pensato stando in Italia (ero completamente disinteressata riguardo a quello che accadeva nel Bel Paese mentre ero immersa in quella realtà), mi resi conto di quanto l’Italia abbia da offrire, ma certamente non dal punto di vista scientifico.

Finito l’anno Erasmus, ovviamente per me non era più una possibilità tornare a fare ricerca in Italia. Avevo vissuto in prima persona un’altra realtà, e pensare di tornare in quell’ambiente dove bisognava lottare strenuamente non mi andava. Il mio disagio in realtà non era solo limitato all’ambiente lavorativo, ma allo stile di vita italiano.

Volevo continuare gli studi con un dottorato. Consideravo gli Stati Uniti, ma grazie ai consigli di colleghi londinesi mi convinsi a rimanere in Gran Bretagna. L’anno 2008/2009 non fu molto felice dal punto di vista lavorativo. La crisi economica si fece sentire pesantemente anche in Gran Bretagna, senza contare che ero ignara delle varie scadenze per le borse di dottorato in Inghilterra, quindi persi un anno per cercare un posto di dottorato. Sì ok, anch’io mi ero fissata di rimanere a Londra, ma alla fine trovai prima un posto da ricercatrice per qualche mese (non pagata), e poi finalmente iniziai il dottorato. Nonostante l’esperienza non sia stata delle migliori, credo di avere imparato molto sia a livello scientifico, sia personale. Ho conosciuto altre persone straordinarie ed ho capito che la ricerca traslazionale (si dice così??? In inglese è “translational research”, e si riferisce alla ricerca che dovrebbe fare da ponte tra la ricerca di base e quella clinica…credo che un post dove spiegherò le differenza arriverà) non faceva per me, almeno in quel momento.

Anche il dottorato giunse ad una fine, quindi che fare? Il sogno era sempre stato quello di approdare negli Stati Uniti, ma a Londra stavo bene. Avrei potuto rimanere là, essere felice, continuare la mia vita, essere a 2 ore di volo da famiglia, compagno, amici, ma mi dissi che se non avessi cambiato allora non sarei riuscita a farlo mai più…e quindi eccomi qui! Prima di essere accettata nel laboratorio dove lavoro al momento, mandai credo un centinaio di e-mail, con il mio curriculum in allegato, a professori principalmente sulle East (Boston, New York) e West (California) Coasts. Anche in questo processo passarono mesi prima di avere le prime risposte positive, ma alla fine ritengo di avercela fatta  a coronare uno dei miei sogni 😉 Perché gli Stati Uniti? La ricerca ha la fama di essere all’avanguardia su tutti i fronti.

Insomma, questa è la mia storia professionale. Nessuno mi ha mai dato una mano (a parte la famiglia e tutti quelli che hanno sostenuto le mie scelte e mi hanno supportata nei momenti di sconforto), ho sempre fatto tutto con le mie forze e di questo ne vado incredibilmente fiera!!!

Nel mio caso non me ne sono andata per guadagnare di più. Vi posso assicurare che la mia paga rapportata al costo della vita nella zona in cui vivo fa ridere (pensavo che Londra fosse costosa…beh, mi sono trasferita nel posto più caro dell’intero pianeta!). In ogni caso, mi sento rispettata, ci sono mille possibilità e quando dici a qualcuno, al di fuori del settore, che sei uno scienziato non si mettono ad insultarti e a dire che tanto chiunque è capace di trovare informazioni su internet!

Concludo dicendo che anche qui nel settore accademico c’è una corsa spietata per trovare fondi, ma c’è sostegno, libertà di concepire esperimenti anche strampalati, comunicazione tra diversi laboratori (una cosa che in Europa manca è la spinta verso le collaborazioni che invece qui, forse specialmente a Stanford, è incredibile), e se comunque si decidesse di uscire dal sistema universitario le alternative ci sono, e sono innumerevoli. Cosa fa un ricercatore in Italia se esce dal sistema universitario? Io tutte queste alternative non le vedo…

Annunci

2 comments

  1. Vice Buzz · febbraio 17, 2016

    “una cosa che in Europa manca è la spinta verso le collaborazioni che invece qui, forse specialmente a Stanford, è incredibile”…io ho avuto l’esperienza completamente opposta! boh!

    Mi piace

    • guantiecamice · febbraio 17, 2016

      Credo che ognuno di noi abbia avuto esperienze diverse…perchè non racconti la tua??? 😀

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...